IL JAZZ E “IL RE DELLO SWING”–B. Goodman

03.08.2011 11:37

 

 

Il jazz è una musica sviluppatasi intorno alla fine del sec. XIX da un’elaborazione di elementi ritmici africani ed europei attribuita ai neri americani. Esso è caratterizzato dal rilievo che assume in esso l’elemento più importante: IL RITMO, sopravvissuto dalla cultura africana, che diventa anche matrice melodica grazie all’improvvisazione e a una particolare timbrica vocale o strumentale che si collega ai canti popolari afroamericani come: work-songs (canti di lavoro che accompagnavano ritmicamente l’attività dei campi), gospels e spirituals (canti religiosi dove lo schiavo viene a contatto con materiale culturale bianco, di origine europea) e soprattutto blues (canto solistico di contenuto profano).Il jazz,quindi, che rappresenta la più originale elaborazione artistica della comunità nera degli Stati Uniti, ha fatto sì che quest’ultima, socialmente oppressa e culturalmente estraniata, potesse sviluppare la propria identità socioculturale. La prima introduzione degli strumenti nella musica dei neri d’America, si deve in special modo ai cosiddetti “creoli”, cioè neri con sangue parzialmente bianco, i quali godevano inizialmente, di particolari privilegi sociali, ma poi vennero messi allo stesso livello dei neri. Grazie ai creoli si ha una più incisiva contaminazione musicale tra le due culture, che sfociò nella espressione del RAGTIME, prima musica totalmente strumentale afroamericana, che poteva essere scritta integralmente su pentagramma e importante stile musicale nel passaggio dal canto popolare al jazz. Uno dei massimi esponenti di questo tipo di musica jazz, fu Scott Joplin, autore del popolarissimo ragtime “THE ENTERTAINER”, che venne utilizzato come colonna sonora del film “La stangata”. 

Il luogo dove si concentravano le varie esperienze del jazz, da cui più tardi si sviluppò, fu il porto fluviale di New Orleans in Louisiana, dove ebbe anche inizio l’era storica di questa musica. A New Orleans nacquero le prime “Bands”, che si esibivano in parate stradali e funzioni religiose, come i funerali. L’improvvisazione di queste “bands”, era polifonica, basata principalmente sulla triade: cornetta-clarinetto-trombone, mentre il banjo(di origine africana) e il basso-tuba svolgevano funzioni ritmiche di accompagnamento. Le reminiscenze bandistiche o ragtime predominano nei musicisti di diretta discendenza creola, il blues, invece, in quelli appartenenti alla popolazione più nera. Questo si evince, soprattutto nei clarinettisti, in quanto su tale strumento i creoli avevano costruito una particolare tecnica e una scuola personali, caratterizzata da un fraseggio un po' ridondante e incline al virtuosismo. Più tardi il jazz abbandonò la polifonia per una rivoluzione solistica, in cui venivano evidenziate le qualità musicali e ritmiche degli strumenti solisti. Quindi, l’unitarietà, garantita nella musica di New Orleans dal tematismo guida, nasce ora, nella distruzione del tema, dal rapporto fra i vari solisti e dal rapporto fra questi con la sezione ritmica.In questo modo il nuovo metodo di fare jazz, viene esaltato da una più ampia libertà espressiva, vincolata solamente dalla sequenza armonica del tema su cui avviene l’improvvisazione. Successivamente, l’evoluzione dei giochi ritmici dell’orchestra con note ritardate e anticipate e accentuate, contrapposti ai vari assoli improvvisati, si arriva al periodo d’oro dello “SWING”. Questo termine oltre a definire un capitolo del jazz, definisce anche l’ondeggiamento del ritmo dell’intero jazz, cioè il gioco di anticipazioni, ritardi e accentuazioni. Il costante e uniforme impiego dello swing nella musica degli anni Trenta coincise con la fioritura di grosse orchestre la cui funzione era soprattutto quella di fornire musica per il ballo. In un secondo tempo, i condizionamenti del consumo influirono negativamente su quasi tutte le orchestre, in quanto vennero ridotte a meccanismi che agivano secondo regole codificate, con musiche solamente funzionali al ballo. Colui che scrisse in modo superlativo il capitolo dello swing fu BENJAMIN DAVID detto BENNY GOODMAN. Egli era un clarinettista e direttore d’orchestra statunitense, che dopo aver fatto parte, nel 1926, dell’orchestra di Ben Pollack (Benny Goodman e l’orchestra di Ben Pollack) e suonato con musicisti bianchi di Chicago, fondò nel 1934 una sua grossa orchestra (Benny Goodman e la sua orchestra, 1935), che nel 1936 ottenne uno straordinario successo (Benny Goodman e la sua orchestra, 1936). Nell’orchestra del clarinettista bianco, Benny Goodman, appellato “re dello swing”, il ritmo è solo la base su cui vengono introdotti abili e decorativi giochi orchestrali e solistici, totalmente privi dell’originale contenuto afroamericano. La fama del “re dello swing” e della sua orchestra gettò ombra su molte orchestre più rappresentative dello swing di quel periodo. Goodman col suo operato introdusse ufficialmente il jazz negli Stati Uniti d’America, e svuotò il jazz dalle sue matrici culturali più autentiche, portandolo a livello di intrattenimento anziché di cultura. La fama di Goodman crebbe tantissimo in quegli anni che, un noto compositore di origini ebree ma naturalizzato statunitense, Aaron Copland, decise di rendere omaggio al suo operato dedicandogli un concerto proprio con il clarinetto come strumento principale, e Benny Goodman, quale destinatario, fu il primo a suonarlo alla presenza del compositore in uno dei suoi concerti. La composizione è conosciuta come “CONCERTO PER CLARINETTO E ORCHESTRA D’ARCHI CON ARPA E PIANOFORTE”, ed è un brano molto amato dai clarinettisti e dai musicisti jazzisti. Dopo il “re dello swing” il jazz continuò ad evolversi grazie anche alle continue contaminazioni sia religiose (come il musulmanesimo), sia musicali (blues, rhythm blues, funky e soul), che portarono alla nascita di nuovi stili jazzistici, come il bop, il cool jazz, l’hard bop, che ripudiavano gli arrangiamenti poiché basati totalmente sull’improvvisazione, per passare poi dal free jazz, in cui una ossessiva esplorazione armonica perviene al superamento modale delle tradizionali sequenze di accordi, “liberando” lunghe improvvisazioni su un accordo unico, al jazz europeo degli anni settanta, in cui l’improvvisazione appare, spesso, nuovamente ricondotta agli schemi mentali della tradizione occidentale.